IA · 14 ottobre 2026 · 4 min di lettura

Una microspia nella sala dei vertici di OpenAI: arrestato un ingegnere per spionaggio interno

In sintesi: Abdulrahman Alfozan, ingegnere software trentacinquenne di OpenAI, è stato arrestato dalle autorità federali statunitensi con l'accusa di aver piazzato un dispositivo di registrazione clandestino all'interno di una sala riunioni riservata ai vertici aziendali. Stando alle indagini, l'uomo avrebbe utilizzato assistenti IA e strumenti interni per pianificare l'operazione di spionaggio, prima che un controllo di sicurezza e l'analisi forense della stessa OpenAI portassero alla sua identificazione.

di Team Mocchi's

Una microspia nella sala dei vertici di OpenAI: arrestato un ingegnere per spionaggio interno

La microspia dietro lo schermo e l'intervento dell'FBI

Un caso di presunto spionaggio interno scuote i vertici di OpenAI. Le autorità federali statunitensi hanno arrestato Abdulrahman Alfozan, un ingegnere trentacinquenne impiegato nella sede di San Francisco della società, accusato di aver intercettato illecitamente comunicazioni confidenziali. Come riporta The Verge, la scoperta è avvenuta durante una bonifica ambientale di sicurezza condotta il 30 settembre 2026: gli addetti hanno individuato un dispositivo di registrazione sofisticato, avvolto sommariamente in carta igienica e inserito direttamente nella porta USB sul retro di un televisore.

La stanza presa di mira non era un ufficio comune, bensì una sala conferenze accessibile unicamente ai dirigenti di massimo livello, impiegata regolarmente per discutere questioni strategiche, commerciali e tecniche ad altissima riservatezza. Dalle telecamere a circuito chiuso è emerso che Alfozan, privo dei permessi per accedere a quello spazio, si era aggirato nelle vicinanze in più occasioni prima del ritrovamento, venendo filmato mentre controllava proprio il retro dello schermo.

Pianificare l'operazione con un chatbot

I dettagli più singolari dell'indagine emergono dagli atti depositati presso la corte distrettuale di San Francisco. Secondo la ricostruzione dettagliata da Wired, l'ingegnere avrebbe fatto ricorso proprio a strumenti di intelligenza artificiale per orchestrare la sorveglianza. Alfozan avrebbe interrogato un agente di produttività interno per conoscere il calendario degli incontri riservati previsti nella sala riunioni dei dirigenti.

Parallelamente, attraverso un profilo associato alla moglie su una piattaforma di chatbot conversazionale, l'accusato avrebbe rivolto quesiti tecnici mirati su come configurare, alimentare e nascondere un apparato di intercettazione ambientale. La perquisizione interna ha inoltre portato al ritrovamento di una borsa dimenticata dal dipendente in un altro locale dell'edificio, al cui interno la sicurezza ha recuperato i suoi documenti personali e un secondo dispositivo di registrazione analogo al primo.

L'IA nelle indagini e i confini della violazione

OpenAI ha comunicato di aver licenziato il dipendente in concomitanza con l'arresto eseguito dall'FBI e ha precisato che la propria squadra tecnica ha utilizzato modelli proprietari di intelligenza artificiale per analizzare la natura del dispositivo, i suoi componenti e la catena di indizi che ha consentito di risalire al responsabile. I contenuti archiviati a bordo dell'hardware risultavano crittografati.

L'azienda ha rilasciato una dichiarazione per rassicurare investitori e partner industriali, sottolineando che al momento non risultano compromissioni o esfiltrazioni di codice sorgente, pesi dei modelli di frontiera o informazioni appartenenti ai clienti. Alfozan, comparso in tribunale federale, rischia fino a cinque anni di reclusione per violazione delle leggi federali sulle intercettazioni non autorizzate.

Il punto di Mocchi's

Questo episodio dimostra come il rischio maggiore per chi sviluppa asset tecnologici critici risieda spesso all'interno del perimetro aziendale e non in attacchi remoti. Per le imprese italiane che integrano o sviluppano proprietà intellettuale di valore, la sicurezza fisica e la segregazione dei privilegi operativi devono viaggiare di pari passo con la cybersicurezza del software. La vicenda ricorda inoltre un paradosso tipico della nostra era: gli stessi strumenti di automazione e intelligenza artificiale usati per orchestrare attività illecite diventano indispensabili per rilevarle e contenerle in tempi rapidi.

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